Autobiografia, cultura, benessere, salute

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Ieri alla Biblioteca De Amicis di Genova ho ascoltato il Professor Duccio Demetrio parlare su argomenti a noi cari: autobiografia, cultura, benessere, salute.

In vista delle prossime iniziative del Ciclo delle Narrature, che intendo proporre (passeggiate autobiografiche in compagnia di una scrittrice o uno scrittore), mi piace riportare qui una breve sintesi di quanto argomentato da Demetrio a partire dalla domanda: “Cos’è la cultura autobiografica?”

Si tratta di una cultura individuale che può diventare collettiva. E’ la cultura della narrazione di sé che può esprimersi con la scrittura, ma anche con la danza, la pittura, il cinema o altre arti. In ogni caso si tratta di un’espressione filtrata dalla nostra soggettività e individualità.

 

Ci sono ragioni enigmatiche che ci portano a scrivere e spesso non ci sono tutte note quando iniziamo a farlo. Una consapevolezza che cresce con la pratica, facendoci scoprire nuove motivazioni, spesso legate alla cura che vogliamo dedicare a noi stessi. La scrittura autobiografica ci aiuta ad elaborare meglio aspetti della nostra psiche o nostri comportamenti.

La pratica dell’autobiografia, ancorché accompagnata e guidata, non è terapia psicologica. Tuttavia in questo sviluppo della consapevolezza nel tempo, Demetrio trova assonanza con quanto accade in psicoterapia.

Freud, ricorda il professore, nel suo testo “Al di là del principio di piacere”, sostiene che il flusso degli eventi psichici è veicolato dal principio di piacere. Quello che i lacaniani descriveranno come principio del desiderio. In effetti, rileva Demetrio, se il desiderio viene a mancare, viene meno anche la voglia di fare autobiografia. Per scrivere occorre amarsi un po’.

La scrittura di sé è una sorta di calmante, di lenitivo, quasi un temporaneo anestetico. Un tipo di cura di sé che genera conforto e compensazione a qualche nostra fragilità o ferita aperta. 

La scrittura è arte ed esperienza di riparazione. Riparazione nel doppio senso etimologico di “riparo”, un contenitore che ci protegge e nel senso di “Rimettere insieme i pezzi infranti”, ricostruendo il filo del senso e dei significati.

Freud individua, inoltre il principio di realtà che è un principio di morte, di dolore. La scrittura autobiografica è per forza di cose fatta di realtà. Ed è un bene, soprattutto oggi e in contrapposizione ad una virtualità dilagante.

Desiderio e realtà possono entrare in conflitto. Nell’ autobiografia occorre affrontare il buio, l’inquietudine, vicende di morte oltre che di vita e di gioia.

Quando la vita materiale non ci basta, possiamo cercare nella scrittura che la simboleggia, un significato ad un diverso livello.

Citando Recalcati, prosegue Demetrio, possiamo dire che lettura e scrittura autentiche devono avere il potere di recidere. Un libro, letto o scritto, entra nel corpo. Ci entra perché, a livello neurologico, l’azione dello scrivere con la penna in mano, produce particolari attivazioni. Ricordando Nietzsche possiamo dire che scrivere è camminare con le mani. Ci entra, inoltre, a livello metaforico, in quanto l’autobiografia parla anche di corporeità nel tempo e nello spazio. Ancora con Recalcati: un libro che ti ha letto è tale da poterti portare fuori, in un altrove che è ampliamento di orizzonte.

Citando il lavoro autobiografico di un detenuto di massima sicurezza, Demetrio esemplifica come lo scrivere può dare senso (principio di piacere) e anche suscitare malinconia, portare a contatto con sensi di colpa (principio di realtà) e avere una funzione riparativa:“Tornando sui fatti con nuova maturità rigeneri le situazioni”.

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